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    Davide Bacchiddu intervista il Prof. Vito Pansadoro sull’inizio e l’arrivo della chirurgia robotica

    11 Febbraio 2025 · · Commenti disabilitati su Davide Bacchiddu intervista il Prof. Vito Pansadoro sull’inizio e l’arrivo della chirurgia robotica

    Davide Bacchiddu intervista il Prof. Vito Pansadoro sull’inizio e l’arrivo della chirurgia robotica

    Quali sono i momenti chiave dell’introduzione e dello sviluppo della robotica in chirurgia urologica e uro-oncologica?

    Potremmo dire che tutto è cominciato negli anni ’90; l’idea e lo stimolo sono partiti dal Pentagono, cioè dalle forze armate americane, a seguito di studi abbastanza avanzati per cercare di utilizzare dei robot che potessero essere dislocati in prossimità della linea del fronte, mettendo un chirurgo che si trovava nelle retrovie, nelle condizioni di operare a distanza. 

    L’idea era brillante, però i tempi non erano ancora maturi per fare quello che sta avvenendo solamente adesso. La prima trasmissione al mondo di un intervento complesso di telechirurgia, ad 8130 km di distanza, è avvenuta nel corso di un congresso di Challenges in Laparoscopy & Robotics a Roma il 6 Giugno 2024! 

    In quella occasione il ritardo, cioè il tempo di latenza, è stato solo di 135 millisecondi ed il “round trip” delle immagini ha superato i 20.000Km. Praticamente non era possibile apprezzare questo ritardo, e non c’è stato nel corso dell’intervento alcun salto di immagini, cosa che avrebbe veramente complicato l’esecuzione.

    Dopo questi primi tentativi delle forze armate americane ci furono due aziende private, la computer Motion e la Intuitive Surgical che, attratte dal lavoro iniziale del Pentagono, si sono attivate e hanno fatto ricerca per anni per vedere se fosse possibile costruire dei robot in grado di aiutare il chirurgo ad eseguire interventi sofisticati con necessità di grande precisione. 

    La Computer Motion concentrò la sua ricerca su un robot a comando vocale che si chiamava AESOP, da Esopo, che io ho usato per qualche anno iniziando nell’anno 2000 a fare chirurgia robotica. In realtà, AESOP, non era esattamente un robot, ma un’ottica collegata alla telecamera che io potevo comandare nelle varie direzioni dello spazio tramite comando vocale.  Questo permetteva di avere sempre un’immagine perfetta, come la voleva il chirurgo.  Si è trattato sicuramente di un grosso passo avanti anche per l’ergonomia intorno al tavolo operatorio. Infatti con AESOP è stato possibile eliminare il “Camera Man” lasciando spazio al chirurgo ed all’aiuto. 

    Però, dopo questo exploit, la Computer Motion si è trovata in difficoltà economiche, mentre la Intuitive Surgical è riuscita a costruire il suo primo robot.

    Forse a questo punto è bene precisare che queste macchine non sono dei robot ma solo bracci meccanici estremamente sofisticati che hanno permesso ai chirurghi di fare un passo avanti gigantesco passando dalla Laparoscopia alla robotica.

    Avevamo già accennato come la Computer Motion si sia trovata in difficoltà economiche. Al contrario la Intuitive Surgical, nonostante avesse avuto anch’essa grosse difficoltà all’inizio, forse perché disponeva di fondi più consistenti, ad un certo punto cercò di acquistare la Computer Motion. L’Antitrust americana, nonostante i rischi di una posizione monopolistica in un settore tecnologico così sensibile, accettò questa fusione perché tutte e due le società erano in perdita. 

    Quindi con l’acquisizione nel 2003 della Computer Motion, la Intuitive Surgical raggiungeva una posizione dominante nel mercato riuscendo a consolidare il proprio sistema da Vinci che è diventato uno dei robot chirurgici più utilizzati a livello mondiale.

    In realtà, parlando con esattezza, questo robot non era propriamente un robot ma solo un braccio meccanico estremamente sofisticato, che permetteva di muovere degli strumenti introdotti nell’addome del paziente e fare l’intervento mentre il chirurgo si trovava in un’altra stanza; il chirurgo muoveva delle leve, cinque pedali e quattro anellini messi sulle dita; sul pollice e sul medio e con l’indice che veniva utilizzato per introdurre un clutch c’è una frizione che permetteva al chirurgo di riposizionare gli strumenti con le mani; quindi le mani si muovevano, ma dentro l’addome del paziente gli strumenti non si muovevano.

    L’altra cosa importante, sulla quale forse torneremo più avanti, è che nel robot Intuitive c’era una demoltiplica dei movimenti da cinque a uno; quindi, se il chirurgo muoveva la mano o le dita di 5 cm, il braccio dentro l’addome del paziente si muoveva solamente di 1 cm, quindi si produceva una estrema delicatezza nei movimenti, che poi è anche migliorata nel corso degli anni rispetto ai primi modelli.

    Con la robotica, le cose sono andate in un modo simile a quanto era successo con la laparoscopia. In una fase iniziale della laparoscopia, i chirurghi si astennero dal fare interventi di oncologia, perché non c’era ancora un grado sufficiente di confidenza delle nuove procedure; però, poi, diciamo a partire dal 1999, sono stati fatti primi interventi in laparoscopia oncologica, prima in Europa, nel centro di Bordeaux diretto da Richard Gaston, e quindi siamo passati da una laparoscopia non oncologica a una laparoscopia oncologica. 

    La stessa cosa è un po’ successa con i robot, ma quando sono arrivati i robot i primi due interventi furono fatti pressoché contemporaneamente a Francoforte in Germania e in una città negli Stati Uniti.

    Erano macchine se vogliamo un po’ rudimentali, però si cominciava a fare spazio a questo nuovo modo di operare; quindi, riepilogando, alla fine degli anni ‘90 prese piede l’impiego della laparoscopia in chirurgia oncologica, poi sono arrivati i robot, che in una prima fase sembrava che non avessero tutto questo grande futuro; a quell’epoca le azioni della Intuitive costavano solo 4 $… se un investitore ci avesse puntato sopra anche solo una piccola cifra, oggi sarebbe molto ricco!

    Quindi, dopo questo inizio della chirurgia robotica, ci sono stati alcuni centri che hanno cominciato a provarla; l’esperienza si è mano a mano sviluppata, e chi provava si rendeva conto di come fosse molto più facile fare le suture con il robot invece che con la laparoscopia; uno degli interventi dove effettivamente la robotica ha mostrato fin dall’inizio la sua capacità è le nefrectomia parziale di rene, dove la robotica ha dimostrato maggiore precisione, maggiore pulizia ed emostasi più controllata; l’altra tipologia di intervento che ha mostrato gli evidenti vantaggi della robotica è la Prostatectomia radicale nerve sparing, cioè l’approccio chirurgico che risparmia i nervi necessari all’erezione.

    Parliamo ancora degli inizi degli anni 2000, e pochi chirurghi usavano i robot, e, seppure costoro non erano visti diciamo con sospetto, non si era tuttavia pienamente convinti che questa chirurgia ci facesse fare un passo avanti consistente o considerevole; però, piano piano, sono usciti i primi lavori che mostravano risultati almeno non peggiori rispetto a quelli della laparoscopia, e quindi si è aperto un primo vero confronto tra robotica e altri approcci chirurgici.

    Nel frattempo, c’è stata un’azione di marketing molto importante da parte dei produttori; l’Intuitive, in particolare, che aveva acquisito la Computer Motion, ha diffuso la convinzione che il chirurgo che non usasse la robotica fosse un chirurgo vecchio, arretrato, e per certi versi ha alimentato la convinzione nei pazienti che fosse finito il tempo della chirurgia più invasiva, e che quindi la chirurgia robotica fosse diventata la prima scelta.

    Non bisognerebbe però mai dimenticare che, come dicono gli americani, a fool with a robot is always a fool, uno sciocco con un robot rimane sempre uno sciocco; in altre parole, la robotica può potenziare la qualità di un bravo chirurgo, ma non può surrogare i limiti di un chirurgo mediocre.

    In che modo la robotica ha cambiato l’approccio alla chirurgia urologica, ed agli specifici interventi?

    Intorno agli anni ’90, grazie agli sforzi di alcuni visionari come John Wickham in Gran Bretagna, Ralf Clayman negli USA, Richard Gaston in Francia e Guglielmo Breda in Italia si iniziò a praticare la laparoscopia.

    Inizialmente solo per patologie non oncologiche, ed in seguito, aumentando l’esperienza e la sicurezza, cominciammo a trattare anche le patologie oncologiche come i tumori renali, vescicali ed il carcinoma prostatico.

    Era iniziata l’era della laparoscopia! Cioè la possibilità di rimuovere anche dei tumori senza più la necessità di un approccio chirurgico a cielo aperto, con innegabili vantaggi per i nostri pazienti. Dolori pressoché assenti e degenze drammaticamente brevi!

    È del tutto evidente che la chirurgia robotica è stata soltanto un progresso della laparoscopia. Se non fosse esistita la laparoscopia non sarebbe neanche nata la chirurgia robotica.

    Nel mondo oggi si fanno annualmente circa 15 milioni di interventi in laparoscopia, e un milione e mezzo di interventi robotici. Il motivo di questa differenza è essenzialmente economico; infatti la chirurgia robotica ha dei costi sostanziali. Innanzitutto per il costo della macchina, poi per la necessaria assistenza e manutenzione, ed infine per il costo degli strumenti che hanno una vita limitata. All’inizio gli strumenti potevano essere utilizzati solo 10 volte.

    Ma quali sono i vantaggi della robotica rispetto alla laparoscopia?

    Innanzitutto abbiamo una visione migliore con ottiche superlative in HD e 3D; la visione stabile e l’ottica può essere portata, dal chirurgo, in tutta vicinanza dei tessuti sui quali si lavora.

    Altro punto a favore della robotica sono gli strumenti molto precisi e delicati; ma la cosa più importante è che esiste una demoltiplica dei movimenti da 5 a 1: ogni volta che il chirurgo fa un movimento con le mani di 5 cm, all’interno del corpo del paziente gli strumenti fanno un movimento di 1 cm. È evidente che questo accorgimento permette di eseguire degli interventi di una precisione assoluta.

    Un altro vantaggio della robotica è la possibilità di valutare il grado di irrorazione dei tessuti. Infatti possiamo iniettare endovena una sostanza che ci permette di giudicare e valutare la vitalità delle strutture. Questo fattore è chiaramente di estrema importanza per la rimozione dei tumori renali, risparmiando il rene, e per la chirurgia ricostruttiva, potendo avere la sicurezza della irrorazione dei tessuti.

    Uno dei problemi che abbiamo avuto per molti anni con la chirurgia robotica è stata l’assenza assoluta di una sensazione tattile. In altre parole, se con i nostri strumenti toccavamo un osso oppure l’intestino non avvertivamo differenza. La cosa era anche molto importante per fare le suture. Era facile strappare un filo facendo un nodo. Questo problema è stato risolto nei robot di ultima generazione: infatti adesso il chirurgo può avere la sensazione tattile dei tessuti con i quali viene in contatto.

    Ci sono due interventi in particolare nei quali la chirurgia Robotica ha potuto dimostrare in maniera definitiva la sua superiorità e questi sono la Nefrectomia parziale e la Prostatectomia radicale “Nerve Sparing”.

    La Nefrectomia parziale consiste nella asportazione di un tumore renale senza rimuovere il rene. Questo tipo di intervento è stato reso possibile da numerosi studi che hanno dimostrato, in maniera incontrovertibile, che non era necessario asportare completamente il rene ma era sufficiente rimuovere il tumore per avere la guarigione del paziente.

    Il mondo della chirurgia robotica continua ad evolversi senza sosta e sicuramente avremo nei prossimi anni numerosi nuovi prototipi in grado di aiutarci a risolvere meglio e con maggiore sicurezza i problemi dei nostri pazienti.

    Quali sono i vantaggi più rilevanti offerti dall’approccio robotico al chirurgo?

    Probabilmente il primo vantaggio e il più evidente è che la robotica non richiede più l’incisione della parete addominale per raggiungere l’area sulla quale si deve operare, e quindi dopo l’intervento non ci sono più i dolori che in precedenza erano dovuti all’incisione parietale.

    L’altro vantaggio importante è il fatto che l’ottica si trova a breve distanza dall’organo sul quale andiamo ad operare, e quindi il chirurgo può avere una visione assolutamente superiore rispetto a quella che aveva quando operava a cielo aperto; in quella situazione, per quanto la vista del chirurgo potesse essere ottima e magari potenziata da occhiali,  gli occhi del chirurgo erano comunque a circa 60 o 70 cm di distanza dal punto di intervento; oggi invece l’ottica può essere portata a tra 4 e 5 cm dall’organo sul quale operiamo, e ciò determina una visione nettamente superiore!

    Questa nuova possibilità diventa cruciale, ad esempio, nell’identificazione del tessuto nel quale sono contenuti i fasci neurovascolari per la conservazione dell’attività sessuale, oppure per fare una emostasi estremamente accurata nel caso della nefrectomia parziale, quando andiamo a prendere i piccoli vasi che vengono trattati o con delle piccole clip di 2 mm oppure con coagulazione, sempre però vedendo in maniera ottimale la demarcazione del tessuto sano dal tumore.

    Quali sono i fattori tecnologici che in maniera più rilevante hanno determinato lo sviluppo della chirurgia robotica?

    1. Il miglioramento delle ottiche che, come dicevamo, permette una visione eccellente con tutta la gamma dei colori veritieri, e la messa a fuoco automatica di tutto il campo operatorio.

    2. C’è inoltre una cosa alla quale fino adesso non avevo accennato: noi abbiamo delle ottiche zero e delle ottiche a 30°; l’ottica zero ci dà un ottimo campo diciamo così perfettamente rispondente alla realtà anatomica; invece l’ottica 30° guarda il campo operatorio in una maniera un po’ diversa, perché è Indirizzata dall’ottica stessa a guardare con un angolo diverso di 30° rispetto all’ottica zero; inoltre, premendo un tasto, noi possiamo variare l’orientamento dell’ottica di 30° gradi in basso oppure in alto, e questo è un vantaggio estremamente importante se per esempio dobbiamo lavorare sulla parte posteriore della prostata; in questo caso, noi possiamo utilizzare l’ottica da 30° ma orientata verso l’alto, il che ci permette di vedere tutta la faccia posteriore della prostata con assoluta precisione. 

    3. L’altro fattore importante è la precisione e è la delicatezza degli strumenti; se, ad esempio, ci troviamo a lavorare in profondità in un campo operatorio anatomico dove i linfonodi che vanno rimossi si trovano a stretto contatto con i vasi arteriosi, siano essi renali o retroperitoneali o pelvici, è chiaro che la precisione dei movimenti e la delicatezza dei movimenti ci permettono di fare una rimozione dei linfonodi avendo la tranquillità che non danneggeremo questi vasi arteriosi e venosi che sono ovviamente estremamente importanti. 

    Quindi, precisione assoluta e delicatezza dei movimenti. 

    Quali sviluppi si possono immaginare per la chirurgia robotica, sia in termini strettamente tecnologici che in termini di protocolli?

    Diciamo che lo sviluppo della chirurgia robotica è in continua fase di evoluzione. Da poco abbiamo sul mercato in Europa (mentre in America è già utilizzato da almeno due anni pieni) il nuovo robot della Intuitive, l’SP, cioè il Single Port. Questo nuovo robot permette, dopo aver fatto una piccola incisione di 2,5 cm massimo 3 cm, di introdurre gli strumenti e l’ottica e dopo aver preparato una cavità extra peritoneale o intraperitoneale, cioè o con accesso extra peritoneale oppure con accesso diretto in intraperitoneale ma sempre attraverso una singola incisione. Attraverso una singola piccola incisione possiamo mettere dentro quattro strumenti e l’ottica, che può guardare in alto ed in basso come per il robot normale; poi c’è una forbice, e c’è una pinza che viene utilizzata per la divaricazione; tutto ciò determina un approccio ancora più avanzato, che permette una precisione assoluta dei movimenti! I pazienti in America possono essere dimessi lo stesso giorno in cui hanno per esempio rimosso un tumore del rene oppure la prostata, oppure dopo correzione chirurgica di esiti negativi di una pregressa chirurgia. Quindi questo robot Single Port è senz’altro un notevole passo avanti.

    2. Poco dopo che la Intuitive ha messo sul mercato europeo il robot Single Port, i cinesi hanno messo a punto un nuovo robot con dei vantaggi rispetto al Single Port, cioè quattro strumenti completi che funzionano meglio ed un campo operatorio più ampio; infatti, il campo operatorio normale del Single Port è di 7 cm, invece il robot cinese permette un campo più vasto perché l’angolatura degli strumenti avviene fuori dal corpo umano. 

    3. Un altro passo avanti recente è quello di un’azienda anch’essa cinese di robot che ha messo a punto un robot doppio; cioè, quando il chirurgo operava a cielo aperto operava in simbiosi con il suo aiuto che stava dall’altra parte del tavolo operatorio, e quindi i due chirurghi si muovevano allo stesso ritmo (anche perché erano abituati a lavorare insieme); da anni invece, con la robotica, il chirurgo lavora come un chirurgo isolato, mentre l’aiuto ha una funzione di appoggio, avendo in mano un aspiratore per tenere il campo pulito e una pinza che può essere utilizzata per esporre meglio i tessuti e facilitare il lavoro del chirurgo. Con il robot cinese doppio i chirurghi sono due, riproducendo le condizioni nelle quali i due chirurghi in equipes erano abituati;  qui lavorano con due robot perfettamente indipendenti ma utilizzati in maniera che non ci sia una conflittualità tra i due robot; quindi, per esempio, l’aiuto con due strumenti espone e prepara per il chirurgo un’ansia intestinale che il chirurgo può isolare e poi sezionare, per poi procedere al ricongiungimento dei due estremi sezionati, avendo isolato così un ansa ileale che viene utilizzata per sostituire gli ureteri o ampliare una vescica.

    Quindi il l’evoluzione è continua, e certamente non accenna a finire; siamo entrati in un’altra atmosfera in un’altra terra ignota, e quindi non sappiamo dove andremo a finire; però è certo che la robotica ha aperto un nuovo volume non ancora sfogliato, non un volume del passato, ma un volume nuovo.

    Quali benefici potrebbe produrre una sintesi della chirurgia robotica con l’intelligenza artificiale, e in particolare l’apprendimento automatico (machine learning)?

    1.     L’intelligenza artificiale è un po’ come una bomba atomica che non ha ancora fatto il fungo e che sta per scoppiare; anche se si parla tanto di intelligenza artificiale, noi l’abbiamo usata per anni forse senza rendercene conto ogni volta che prendevamo in mano un iPhone. Però le cose che l’intelligenza artificiale sarà in grado di fare nel futuro non c’è ancora modo di immaginarle. 

    2. Forse una delle cose più importanti che al momento attuale (in realtà, diciamo già da un anno e mezzo) i chirurghi stanno immagazzinando dentro la memoria dell’intelligenza artificiale è l’anatomia chirurgica, cioè l’anatomia intraoperatoria: dove passa l’uretere, dove c’è la vena cava, dove c’è l’arteria renale, dove ci sono le arterie pelviche; quindi in futuro probabilmente l’intelligenza artificiale controllerà quello che il chirurgo sta facendo, e lo metterà in guardia se o quando lui si avvicina a organi che non dovrebbe toccare e che non dovrebbero far parte del suo intervento: cioè “attenzione, lì c’è l’uretere… se tu continui a operare in quella direzione lo incontrerai e lo taglierai”. La stessa cosa per un vaso venoso o arterioso. Questo è ciò sul cui si sta lavorando oggi, e che sarà a portata di mano molto presto; in seguito subirà in continuazione un miglioramento sempre più avanzato, e quindi arriveremo ad una un’intelligenza artificiale che supervisionerà l’opera del chirurgo. 

     In quale modo il robot viene applicato al paziente prima dell’intervento.

    Il termine approccio robotico non è totalmente corretto, e ci conviene fare un passo indietro; intanto, oggi ci sono tanti tipi di robot, alcuni sono una macchina sola come un ragno con 4 braccia, e altri invece sono delle macchine singole più piccole più compatte che gestiscono un braccio ciascuna. Quindi è tutto variabile. Però essenzialmente un robot chirurgico è costituito da tre parti. 

    La prima parte è la consolle dove è seduto il chirurgo in una posizione ergonomica con una sedia adattata per lui, con un livello di altezza del robot che può essere aggiustato da un chirurgo all’altro (infatti, tutti i chirurghi che operano con quel robot hanno il loro nome registrato nel robot, e premendo il tasto tutto si adatta a loro; c’è un chirurgo che è alto 1.90 e un altro che è alto 1.68, e quindi è chiaro che deve essere il robot ad adattarsi alla corporatura del chirurgo); il chirurgo è seduto comodamente davanti alla consolle, e appoggia i gomiti e poi la fronte sopra un visore nel quale lui si affaccia, e da cui vede l’interno della cavità addominale; quindi, diciamo, il massimo dell’ergonomia per il chirurgo che lavora.

    La seconda parte è il cervello del robot: si tratta di una colonna sempre variabile da un robot all’altro, ma può essere alto 1,5 m, e ad esso viene applicato anche un visore, che è quello che serve all’aiuto che sta al tavolo operatorio per vedere quello che avviene; il chirurgo, fuori, guarda dentro la consolle, invece il chirurgo che sta al tavolo operatorio guarda dentro uno schermo abbastanza grande, ben chiaro e ben definito. 

    Poi c’è anche un sistema di insufflazione della CO2 dentro l’addome del paziente, che viene sempre fatto a una certa pressione che viene decisa dal chirurgo di volta in volta secondo il tipo di intervento; per esempio, se c’è una piccola emorragia venosa, e la pressione dentro le vene non è molto alta, può essere 12-14 mm di mercurio; il chirurgo può alzare la pressione dentro la cavità addominale, quindi ridurre o bloccare la perdita di sangue e darsi il tempo e modo di fare la sutura.

    La terza parte del robot è quella che sta sul corpo del paziente: il paziente viene messo in una posizione diversa a seconda del tipo di intervento, e a seconda dell’organo su quale si opera; una volta che la posizione del paziente è assicurata, si avvicina la terza parte del robot al paziente, e si applicano le porte; alle porte si applicano gli strumenti, e quindi si può a quel punto cominciare a operare.

    I robot di ultima generazione sono anche solidali con il letto, quindi noi possiamo spostare il letto operatorio, per esempio girandolo sul fianco o alzandolo o cambiandone l’inclinazione, e il robot fa la stessa cosa.

    Anche qui, quindi, molta tecnologia estremamente sofisticata.

    Il punto, quindi, è che quando parliamo di approccio al robot parliamo in realtà di una delle tre parti del robot, e questo è importante. Il paziente già dorme in quel momento, e in genere è il chirurgo che mette le porte nell’addome del paziente; però se l’équipe è abituata a lavorare insieme da anni lo può fare anche tranquillamente l’aiuto; quindi il chirurgo (che lavora alla consolle) non si spoglia, non si veste, non si lava e sterilizza e non mette il camice sterile perché non ne ha bisogno, e si dirige direttamente alla consolle. Questo non accade con tutti i chirurghi, e non accade in tutti i luoghi, ma dipende da una serie di fattori di consuetudine di lavoro. Il paziente accetta ovviamente l’approccio robotico, perché dorme già, e quindi non c’è l’aspetto psicologico preoperatorio, in cui il paziente chiede, cerca di capire e vuole essere informato (anche se oggi Internet aiuta tutti, e quindi il paziente può informarsi e vedere i robot in azione nei video).

    In quale modo la disponibilità degli approcci robotici incide sulla mentalità dell’urologo, e in quale modo impatta sulla sua manualità?

    L’urologo è innanzitutto un chirurgo, che fino all’era della chirurgia a cielo aperto faceva di tutto per fare l’intervento migliore nell’interesse del paziente, e quindi questa è la sua impostazione mentale; la robotica ha cambiato un po’ la situazione, nel senso che il chirurgo è cosciente che oggi può fare delle cose nettamente migliori anche rispetto al grande passato. Se vogliamo essere più chiari, diciamo che oggi il chirurgo è più artigiano che industriale, cioè non fa sempre lo stesso intervento a tutti i pazienti, ma la robotica gli permette di fare un intervento specifico per quel paziente, cosa che in passato non era neanche possibile. Ad esempio, la Nerve Sparing in una prostatectomia radicale non era una cosa facile prima della robotica! Quindi oggi il chirurgo ha in mano uno strumento che gli permette di essere un vero artigiano, e non un operaio in una catena di montaggio che fa sempre la stessa cosa indipendentemente dalla macchina sulla quale sta lavorando e sta montando in quel momento, e questo è il grande vantaggio della chirurgia robotica.

    Qual è la cosa più importante che abbiamo imparato con lunghi anni di esperienza in chirurgia robotica?

    Mi devo rifare a quello che ho già detto: oggi possiamo eseguire al meglio una nefrectomia parziale, cioè la rimozione di un tumore renale senza rimuovere il rene e senza danneggiane la sua funzionalità, rispettando in maniera assoluta il parenchima renale. Possiamo procedere senza fare una ischemia a caldo che possa durare più del necessario, e quindi evitare di danneggiare il rene; infatti se il rene non riceve il sangue per più di 15 o 20 minuti le cellule subiscono un danno (qualche volta temporaneo, qualche volta anche definitivo se allunghiamo molto la procedura).  Abbiamo anche imparato ad eseguire delle ecografie intraoperatorie introducendo nell’addome una sonda ecografica attraverso uno dei trocar al momento non utilizzato;si tratta di ecografie di altissima qualità dato che possiamo portare la sonda a contatto con il tumore e quindi misurare tutte le dimensioni millimetriche dell’estensione del tumore e dei suoi rapporti con le strutture renali. Tutte queste informazioni il chirurgo le vede guardando dentro il visore del robot.

    Un altro grande vantaggio è l’utilizzazione dell’ICG, una sostanza che viene iniettata dall’anestesista per via endovenosa e che raggiunge i tessuti colorandoli di un verde intenso; ciò permette di vedere se, per esempio, un uretere che è stato staccato dalla vescica prima di essere reimpiantato su una nuova vescica creata dal chirurgo ha una buona vascolarizzazione, perché se la vascolarizzazione è insufficiente quell’uretere andrà incontro ad una stenosi. Quindi, un notevole vantaggio di questa tecnologia è che noi possiamo chiudere un’arteria renale di secondo o di terzo grado che irrora quella parte del rene dove c’è il tumore, senza clampare l’arteria renale principale, mandando in ischemia calda tutto il rene.  Vi rendete conto bene dei vantaggi enormi che queste due cose permettono al chirurgo: cioè affrontare interventi che prima ci sembravano troppo complessi, e che oggi affrontiamo con cognizione di causa, combinando l’esperienza di tanti anni con ciò che questa nuova tecnologia ci permette di fare.

    La robotica ha cambiato il nostro approccio all’anatomia?

    Forse potremmo dire che l’anatomia che oggi conosciamo e utilizziamo per i nostri interventi (chiamiamola “anatomia robotica”) è molto più delicata, sofisticata, precisa, dettagliata, permettendoci di fare interventi che non potevano sicuramente essere fatti con la chirurgia a cielo aperto, e che anche in laparoscopia richiedevano molta molta esperienza. Oggi l’anatomia robotica, se possiamo chiamarla così, oppure l’anatomia migliorata grazie alla visione robotica, si è rivelata molto valida per il chirurgo.

    C’è poi un’altra tecnologia che è arrivata, e che grazie alla robotica viene utilizzata sempre di più: oggi, in tutti i casi un po’ complessi, si fa una ricostruzione anatomica partendo da una Tac ben fatta del rene, del tumore o dei tumori presenti nel rene, dell’arteria e dei rami dell’arteria (qualche volta sono solo tre i più importanti qualche volta sono di più, ma capite che se abbiamo un tumore nel polo inferiore del rene e abbiamo un’arteria che va a irrorare tutto il polo inferiore del rene noi oggi possiamo clampare solo quel vaso, e quindi avere un’ischemia limitata a una parte del rene, quella parte nel quale si trova il tumore, e quindi possiamo eseguire una nefrectomia parziale robotica senza perdita di sangue e senza causare una ischemia a caldo a tutto il rene.

    Quanto è rilevante la prospettiva dell’impiego da remoto per la chirurgia robotica?

    Questa è una domanda molto appropriata per i tempi in cui ci troviamo oggi. Pensate che il primo intervento di telechirurgia a lunga distanza è stato fatto a Roma nel giugno del 2024, quando un chirurgo chinese che stava a Roma ha potuto operare di prostatectomia radicale il suo paziente cinese, che ovviamente si trovava a Pechino, a una distanza di 8130 km (con un roundtrip della trasmissione dei dati e delle immagini di oltre 20.000 km, perché il segnale doveva andare in tutte e due le direzioni: il chirurgo faceva delle cose che trasmetteva sul Paziente a Pechino, ma poi dal Paziente a Pechino tornavano le immagini al chirurgo, che quindi vedeva che quello stava facendo era corretto e poteva continuare l’intervento). Pensate che il ritardo di queste visioni era di 135 millesimi di secondo, e non c’è mai stato un salto delle immagini che avrebbe creato effettivamente dei seri problemi a proseguire l’intervento. 

    Questa tecnologia ancora oggi non è ancora completamente messa a punto nel mondo occidentale, anche se recentemente un chirurgo che stava Miami ha operato un paziente che si trovava nell’Africa occidentale;  quindi ci stiamo arrivando, però la prima volta è avvenuto durante il congresso di Challenges in Laparoscopy and Robotics nella 20ª edizione che si è svolto proprio a Roma: è stato fatto questo incredibile intervento a questa distanza con un ottimo successo, e con il paziente dimesso dall’ospedale senza catetere in quinta giornata. 

    Quale sarà il futuro di questa chirurgia da remoto o telechirurgia? A mio avviso questa chirurgia si farà, si farà bene e si farà sempre di più; ovviamente ci sono tante cose sulle quali si può discutere e si deve discutere, per esempio l’etica di questi interventi (se succede qualche cosa, il responsabile è il chirurgo che sta a Pechino con il paziente, oppure dell’urologo che opera da lontano alla consolle? E’ un campo nel quale stiamo lavorando e discutendo in maniera importante, molto importante, quindi ci sono tante cose che vanno fatte, vanno analizzate, vanno capite, vanno digerite, e dobbiamo stabilire nuovi modi di gestire queste cose da un punto di vista medico, anche in termini di responsabilità. 

    Detto questo, io penso che la chirurgia telematica si affermerà, e sarà utilizzata probabilmente più tra regioni più evolute verso regioni meno evolute: ad esempio, un chirurgo cinese potrà operare un paziente africano senza che il paziente si debba spostare a Pechino. C’è poi l’altro aspetto di poter avere chirurghi di vasta esperienza, leader mondiali, che al momento possono essere richiesti di una consulenza o di un appoggio per completare un intervento che risulta problematico; sapere di avere questa possibilità è qualche cosa che può anche dare fiducia al chirurgo, magari con meno esperienza o più giovane, che si trova sul campo in luoghi dove l’evoluzione medica è ancora in via di sviluppo.

    L’altro l’aspetto interessante è quello militare: oggi siamo arrivati, una trentina di anni dopo le iniziali ricerche delle forze armate americane, a poter avere un robot subito dietro le linee, e avere invece il chirurgo (ruolo raro e prezioso) nelle retrovie, in una situazione di riparo di sicurezza; il chirurgo, quindi, può operare da remoto un paziente ferito, che è stato appena messo sul letto operatorio, purché vicino al paziente ci siano un infermiere e un tecnico (con studi e un’esperienza più elevata, una figura a metà strada tra il chirurgo e l’infermiere, che deve essere in grado di collaborare sia localmente con l’infermiere e sia con il chirurgo che agisce da remoto).  Quello che è certo è che la telechirurgia si affermerà sempre di più anche nell’insegnamento e nella diffusione della conoscenza.

    Quanto incide la chirurgia robotica nell’apprendimento delle tecniche chirurgiche, e in particolare nella formazione dei giovani chirurghi?

    Diciamo che la generazione dei chirurghi oggi più maturi ha avuto un’esperienza prevalente di chirurgia a cielo aperto, poi è passata ad un’esperienza di chirurgia laparoscopica, ed oggi è arrivata alla chirurgia robotica; quindi hanno un bagaglio chirurgico complesso, lungo, anche bello se vogliamo, perché sono passati attraverso il progresso che è iniziato con la chirurgia a cielo aperto e finisce oggi con la chirurgia robotica. Il problema è cosa insegnare ai giovani chirurghi che si affacciano adesso alla chirurgia, e che si trovano davanti un robot e non hanno nessuna idea di quello che può significare aprire di corsa un addome per bloccare un’emorragia! Questo è un problema del quale si è molto discusso, però non si esce dal fatto che oggi non si può operare a cielo aperto un paziente al solo scopo di insegnare a un giovane chirurgo come era la chirurgia a cielo aperto, che poi era la chirurgia del passato; si tratta quindi di insegnare ai giovani la chirurgia iniziando necessariamente dalla chirurgia robotica. Ci sono alcuni centri, non molti, nei quali si può operare su maiali che sono vivi, addormentati, e quindi se c’è un errore (ad esempio, un sanguinamento che va arrestato) bisogna sapere cosa fare e come farlo. Il chirurgo oggi deve imparare ex novo ad essere un chirurgo robotico. Il passato è passato, ed il chirurgo anziano dovrebbe intervenire se il chirurgo più giovane si trova in difficoltà.

    Quanto conta l’aspetto economico nella diffusione della chirurgia robotica?

    Questo è un aspetto molto importante della evoluzione della chirurgia robotica. Diciamo che sicuramente i costi sono nettamente superiori rispetto a quando i nostri progenitori usavano un bisturi, le forbici, una pinza, dei divaricatori e l’anestesista (si dava un po’ di etere su un batuffolo messo dentro una retina, che veniva applicata sulla bocca del paziente); diciamo che siamo in un’epoca diversa. C’è voluto molto fino a quando abbiamo potuto acquistare i primi robot; io sono riuscito ad acquistare il mio primo robot nell’anno 2000 dopo vari tentativi per trovare i fondi, e quindi non è stato facile. Poi quello che  succede è che esce il modello nuovo, e allora la ditta viene a dire quanto è bello, e che vi permette questo e quest’altro, cose che non potete fare col modello vecchio, cose reali;  poi vengono offerte condizioni favorevoli ad una permuta tra il modello vecchio e quello nuovo; quindi, una volta che si è presa quella strada di iniziare la chirurgia robotica, non si torna più indietro, perché i vantaggi sono oggettivamente tanti, e non si può più farne a meno ed i costi vanno affrontati alla luce dei vantaggi e delle certezze che quest’approccio da al chirurgo. Per anni la Intuitive ha avuto una posizione di egemonia sul mercato; era l’unica azienda che faceva il robot, e quindi si è permessa di stabilire il prezzo. Oggi abbiamo una concorrenza e ci sono robot inglesi, robot tedeschi (che peraltro non hanno fatto una grande riuscita), ci sono sudcoreani e giapponesi, ma quelli più attivi i cinesi, che hanno anche una notevole disponibilità finanziaria per sostenere ricerca e sviluppo.  Sempre più, adesso, i robot cinesi vengono offerti a prezzi vantaggiosi (due terzi del prezzo dei robot americani), e quindi gli americani devono abbassare i prezzi. Vedremo cosa succederà nei prossimi anni. Comunque, per quanto la chirurgia robotica sia costosa, non si tornerà indietro.

    Quali evidenze di tipo economico esistono a supporto di un’adozione più estensiva di chirurgia robotica?

    Questa è una domanda interessante, perché l’Europa è lunga e grande e si differenzia dagli Stati Uniti, dove in pratica il problema economico è superabile più facilmente; però per fare un esempio, in Spagna, anche in istituzioni ospedaliere importanti, c’è un comitato che decide se il paziente deve essere operato con il robot o può essere operato in laparoscopia con costi macroscopicamente diversi. Effettivamente è vero che non è necessario operare tutti in robotica, perché alcuni interventi si possono fare altrettanto bene il laparoscopia; bisogna utilizzare l’esperienza e la propria capacità personale per decidere quando utilizzare una tecnica o l’altra, non solo meramente per motivi economici, ma anche perché per settare un robot ci vogliono 20 25 minuti, mentre con la laparoscopia dopo tre minuti si sono messe le porte si comincia a operare. Naturalmente la cosa è completamente diversa in altre nazioni; per esempio, nel 2023 abbiamo avuto un congresso a Stoccolma di Challenges Laparoscopy and Robotics,  e abbiamo scoperto con un certo stupore (almeno per quello che riguarda me) che in Svezia da 10 anni non si fa più chirurgia laparoscopica: fanno tutto, assolutamente tutto, con il robot; diciamo che è un po’ una ritirata, perché sappiamo fare un’ernia o un cistocele altrettanto bene con la laparoscopia, a meno che non ci siano interessati altri organi lì…

    Per spezzare una lancia a favore della chirurgia robotica c’è un lavoro molto interessante del Chairman del Mount Sinai Hospital che, calcolando anche i reinterventi e i risultati a distanza, mostra come, anche se l’intervento in robotica costa un po’ di più in sé,  però alla lunga ci sono i vantaggi: i pazienti guariscono prima, stanno meglio prima, tornano prima al lavoro, hanno meno complicanze, e quindi hanno costi ridotti; anche questo va messo nel paniere quando si parla dei costi della chirurgia robotica, non possiamo limitarci a dire quello che costa l’apparecchio o quello che costano gli strumenti che hanno una vita limitata, che vanno cambiati dopo 20 interventi e si buttano o si rimandano indietro e ce ne danno 20 nuovi; quindi va sempre pensato, l’esempio fatto della Spagna e della Svezia dimostrano al momento scelte e approcci completamente diversi. 

    Cosa potrebbero fare le aziende che operano nello sviluppo della chirurgia robotica per accelerare e rendere più efficaci i propri processi di miglioramento?

    Per rispondere sinceramente a questa domanda, io penso che con tutta probabilità nelle aziende non dormano la notte cercando di accelerare la ricerca e la costruzione di nuovi robot, e anche di abbattere i costi (anche se l’ultimo robot della Intuitive costa più del precedente…). La concorrenza che arriverà giocherà un ruolo cruciale: se i cinesi produrranno un robot pressoché identico a quello americano che costa due terzi, gli americani dovranno fare i conti con questa situazione, quando vedranno le vendite diminuire. Il futuro si giocherà non solo con strumenti migliori ma anche con costi più ragionevoli.

    30 Giugno 2017 · · Commenti disabilitati su Tumore alla prostata, intervista con il prof. Vito Pansadoro

    Tumore alla prostata, intervista con il prof. Vito Pansadoro

    In questa breve intervista il prof. Pansadoro risponde ad alcune delle domande più frequenti dei suoi pazienti riguardo al tumore della prostata.
    Prevenzione, fattori di rischio, diagnosi e trattamento del carcinoma prostatico sono argomenti che gli utenti del portale accoglieranno sicuramente con interesse, per conoscere meglio il proprio corpo e per prevenire una patologia diffusa ma ampiamente curabile. Soprattutto se diagnosticata precocemente.

    Prof. Pansadoro iniziamo con una domanda fondamentale: che cos’è il tumore della prostata?

    La prostata è una ghiandola dell’apparato riproduttivo maschile posizionata sotto la vescica e di fronte al retto, ha di norma le dimensioni di una noce e produce una parte del liquido seminale rilasciato durante l’eiaculazione.
    La patologia più grave che può colpire questa ghiandola è il carcinoma prostatico , il più frequente tumore maligno tra gli uomini oltre i 50 anni di età. Anche se la frequenza di questa patologia è in continuo aumento il rischio che la malattia abbia un esito letale non è particolarmente elevato, a patto che si faccia prevenzione e che la patologia venga scoperta per tempo.
    Circa il 70% degli adenocarcinomi ha origine nella zona più esterna della prostata, ed è pertanto molto importante controllare periodicamente lo stato della prostata e monitorare eventuali variazioni di forma e volume.
    Per questa ragione sono consigliati regolari controlli annuali a partire dai 50 anni d’età.
    Nel caso vi siano altri casi di carcinoma prostatico in famiglia i controlli devono iniziare a 40 anni.

    Quali sono i principali fattori di rischio del carcinoma prostatico?

    Uno dei principali fattori di rischio per il tumore della prostata è l’età : prima dei 40 anni le possibilità di ammalarsi di tumore della prostata sono scarse, ma aumentano sensibilmente dopo i 50 anni. Oltre i 65 anni le percentuali aumentano ulteriormente, tanto che 2 tumori su 3 vengono diagnosticati proprio in questa fascia di età. Oltre gli 80 anni il tumore della prostata è ancora più frequente ma nella maggior parte dei casi la malattia è asintomatica o ha una progressione molto lenta .
    Un altro fattore rilevante è la familiarità , il rischio di ammalarsi è doppio per chi ha un parente consanguineo (padre, fratello, ecc.) che ha sviluppato la malattia.
    La componente genetica è un fattore da tenere sotto controllo: la presenza di mutazioni in alcuni geni come BRCA1 e BRCA2 o del gene HPC1, può aumentare il rischio di sviluppare un cancro alla prostata.
    Lo stile di vita può incidere sul benessere generale dell’organismo e in tutti i casi determinate abitudini come una dieta ricca di grassi saturi, la mancanza di esercizio fisico e il sovrappeso possono favorire lo sviluppo e la crescita del tumore della prostata.

    Quando è opportuno consultare un urologo?

    Un uomo con un cancro alla prostata , soprattutto in fase iniziale, può non presentare alcun sintomo o avere una sintomatologia molto scarsa. Nei soggetti anziani, spesso i sintomi del tumore alla prostata vengono confusi con quelli dell’ipertrofia prostatica benigna.
    Comunque i sintomi più frequenti sono:

    – disturbi minzionali sia di tipo irritativo che ostruttivo (pollachiuria, stranguria, disuria)
    – dolori perineali

    In una fase più avanzata la malattia può manifestarsi con:

    – dolori alle ossa dovuti alle metastasi
    – insufficienza renale (da ostruzione ureterale)
    – ritenzione urinaria
    – edemi agli arti inferiori
    – edema scrotale

    Oggi, grazie al PSA, è estremamente raro vedere pazienti in una fase avanzata di malattia e nei quali la diagnosi non sia stata posta in tempo.

    Quali sono gli esami principali?

    Gli esami diagnostici comunemente utilizzati per monitorare lo stato di salute della ghiandola prostatica sono strumenti oramai di routine:

    esplorazione rettale
    dosaggio del PSA
    ecografia trans-rettale (TRUS)

    L’esplorazione rettale è un esame semplice, non invasivo che permette, in caso di alterazioni, di fare una prima diagnosi differenziale tra IPB (ipertrofia Prostatica benigna) e carcinoma prostatico.
    Il test del PSA è un esame del sangue in grado di valutare i livelli ematici di una glicoproteina prodotta dalla prostata. In presenza di tumore i valori del PSA aumentano, perché il passaggio del PSA dalla cellula tumorale nel sangue è molto aumentato.
    L’ecografia trans-rettale (TRUS) è una metodica diagnostica molto affidabile. L’esame viene effettuato ambulatorialmente con l’ausilio di una sonda ecografica introdotta per via rettale. Gli strumenti di ultima generazione sono in grado di evidenziare neoplasie di ridottissime dimensioni.

    Come si arriva a una diagnosi certa?

    L’agobiopsia prostatica è un esame fondamentale il cui grado di affidabilità è molto elevato.
    L’esame bioptico potrebbe rivelare una neoplasia prostatica intra-epiteliale (PIN) o un adenocarcinoma della prostata.
    Le neoplasie prostatiche intra-epiteliali (PIN) a basso grado non hanno un particolare significato patologico nel senso che non vi è un aumento del rischio di trovare in futuro un carcinoma prostatico; nelle PIN ad altro grado invece il rischio di trovare un carcinoma in agobiopsie successive va dal 30 al 50%.
    Nel caso di PIN ad altro grado si suggerisce uno stretto monitoraggio del paziente.

    Come si cura il tumore alla prostata?

    Le possibilità terapeutiche del carcinoma prostatico sono fondamentalmente quattro:

    – sorveglianza attiva
    – trattamento chirurgico
    – trattamento radioterapico
    – trattamento medico

    La sorveglianza attiva consiste nel seguire strettamente il paziente facendo una serie di esami periodici e talora ripetendo la biopsia prostatica. Questa filosofia di trattamento è indicata nei pazienti di età più avanzata e con malattia non aggressiva. Purtroppo il tallone di Achille di questo atteggiamento terapeutico consiste nel fatto che l’accuratezza dell’identificazione del grado di aggressività della malattia è errato in circa il 50% dei casi. In altre parole una malattia giudicata non aggressiva può essere aggressiva nel 50% dei pazienti. In questi casi si è persa l’occasione di trattare la malattia quando era possibile ottenere la guarigione definitiva
    Il trattamento chirurgico consiste nell’asportazione totale della ghiandola prostatica. L’intervento di prostatectomia radicale si effettua in tutti quei casi in cui la neoplasia è interna alla capsula prostatica e in soggetti con un’aspettativa di vita non inferiore a 10 anni. Le complicazioni più serie sono impotenza e incontinenza urinaria. Tali complicanze però sono diventate sempre meno frequenti con l’affinarsi delle tecniche chirurgiche ed in particolare con l’avvento della chirurgia robotica.
    Il trattamento radioterapico può essere esterno o intracavitario (brachiterapia). La radioterapia esterna viene utilizzata generalmente in pazienti anziani o in caso di tumore diffuso oltre la capsula prostatica. Normalmente la radioterapia esterna non comporta incontinenza urinaria e l’impotenza sessuale si manifesta più tardivamente rispetto al trattamento chirurgico. Inoltre le tecniche radianti moderne consentono di limitare la tossicità a livello di vescica e intestino.
    La brachiterapia prevede un impianto di capsule contenenti sorgenti radioattive (palladio o iodio). L’impianto viene effettuato nella prostata tramite guida ecografica. E’ una procedura poco invasiva e di breve durata (circa un’ora e mezza). Le capsule radioattive restano nella ghiandola prostatica anche dopo aver esaurito la loro carica radioattiva.
    Nel trattamento medico le opzioni sono l’ormonoterapia e la chemioterapia.
    Il trattamento ormonale viene utilizzato quando la malattia si trova ormai in una fase generalizzata ed i trattamenti locali, come la chirurgia o la radioterapia, non trovano più indicazione. Un’altra indicazione è nei pazienti che presentino una ripresa della malattia dopo chirurgia o terapia radiante. Talvolta viene utilizzato in combinazione con il trattamento radioterapico.
    La chemioterapia è indicata in tutti quei casi in cui la neoplasia sia diventata ormono-resistente. I chemioterapici più utilizzati sono i taxani. E’ del tutto recente la scoperta di nuovi farmaci come l’Abiraterone e lo MDV3100 che sono attivi anche in quei pazienti che hanno già fatto la terapia ormonale e/o la chemioterapia e che non rispondono più alla terapia.

    Quali consigli si sente di dare ai lettori di questa intervista?

    Il consiglio migliore che mi sento di dare ai nostri lettori è di fare frequentemente il PSA. Ogni anno se i valori sono inferiori ad 1ng/ml ed ogni sei mesi se i valori hanno superato il valore di 1ng/ml. Il lettore potrà chiedersi il perché di questa frequenza.
    La risposta è semplice. Perché il valore assoluto del PSA ha una importanza relativa. E’ molto più importante l’andamento nel tempo. In altre parole un valore del PSA basso ma che mostra una tendenza ad aumentare ad ogni esame è molto più significativo di un PSA modicamente elevato.

    30 Giugno 2017 · · Commenti disabilitati su Chirurgia robotica in urologia, ne parliamo con il prof. Vito Pansadoro

    Chirurgia robotica in urologia, ne parliamo con il prof. Vito Pansadoro

    Prof Pansadoro parliamo di chirurgia robotica, di che cosa si tratta?

    La chirurgia robotica è una tecnica operatoria mini invasiva che permette al paziente di non provare dolore dopo l’intervento e al chirurgo di operare con precisione assoluta. Grazie alla precisione del robot Da Vinci® oggi siamo in grado di eliminare il tumore alla prostata o ai reni rispettando completamente le funzioni degli organi. Possiamo riassumere i vantaggi dell’utilizzo del robot in alcuni punti:

    – alta definizione delle immagini (HD)
    – recupero della visione 3D (dimensioni), che con la laparoscopia si perdeva
    – visione stabile, perché l’ottica (telecamera) viene controllata da un braccio articolato
    – movimenti di alta precisione, con una demoltiplica dei movimenti del chirurgo da 5 ad 1
    – manualità del chirurgo non vincolata, grazie al fatto che l’estremità degli strumenti è del tutto snodabile

    Qual è, a suo avviso, il maggiore beneficio della chirurgia robotica?

    La visione in alta definizione, la tridimensionalità, ingrandimenti di 10-15 volte e una grande versatilità degli strumenti utilizzati, che permettono al chirurgo di ottenere risultati altrimenti impossibili con la classica chirurgia laparoscopica. Le faccio un esempio concreto: la visione in 3D permette di individuare con estrema precisione i fasci nervosi durante un intervento di prostatectomia radicale. Tutto ciò limita fortemente il rischio di impotenza nel paziente. Sempre nella prostatectomia, la possibilità di agire con precisione assoluta nella sutura, permette un’anastomosi ottimale, scongiurando l’incontinenza urinaria. Non è un caso che oggi oltre il 90% delle prostatectomie radicali negli Stati Uniti siano eseguite con l’aiuto del robot DaVinci®.

    Quali interventi urologici possono essere eseguiti utilizzando il robot?

    Come dicevo, l’intervento più frequente è la prostatectomia radicale, che rappresenta il 90% delle indicazioni. Ma oramai sono di routine la Cistectomia radicale, la pieloplastica per le ostruzioni congenite del Giunto pieloureterale, la chirurgia del prolasso urogenitale (promonto-fissazione), la nefrectomia ed in particolare gli interventi di chirurgia ricostruttiva. Purtroppo gli effetti collaterali per patologie a carico dell’apparato genito-urinario possono compromettere fortemente la qualità della vita: nella chirurgia robot-assistita considero riuscito un intervento quando il tumore è rimosso totalmente e il paziente mantiene continenza e potenza sessuale. Nelle migliori mani, la chirurgia robotica per il tumore della prostata è efficace e raggiunge questi obiettivi in oltre l’80% dei casi.

    Quanto dura la convalescenza dopo l’intervento?

    I pazienti in genere vengono dimessi dopo tre o quattro giorni dall’intervento. Il catetere viene utilizzato per circa 6 giorni, in rari casi si lascia un drenaggio per qualche giorno in più. I pazienti vengono invitati ad alzarsi dal letto la sera stessa dell’intervento e mangiano regolarmente dopo alcune ore dalla procedura. Il recupero a casa è piuttosto rapido e dura poche settimane.

    Quante procedure robotiche ha eseguito la sua equipe in questi ultimi anni?

    Ho avuto la fortuna di lavorare con il sistema Da Vinci prima negli Stati Uniti e poi in Italia. In questi anni ho eseguito molte centinaia di interventi robotici ed a breve pubblicheremo una casistica completa con tutti i dettagli. Per un paziente è importante conoscere l’esperienza e la competenza del proprio medico di riferimento e confrontare le varie possibilità di intervento.

    Quanti interventi sono necessari per raggiungere una completa padronanza della tecnica?

    Per ottenere buoni risultati dal punto di vista oncologico e funzionale sono necessari almeno 100 interventi, per questo la Fondazione Vincenzo Pansadoro promuove corsi di aggiornamento per giovani urologi e un congresso annuale dedicato alle tecniche chirurgiche più avanzate. E sono felice di annunciare che quest’anno il congresso Challenges in Laparoscopy & Robotics giunge alla decima edizione.

    Quali sono le novità di questa edizione che, lo ricordiamo, si svolgerà a Pechino?

    Innanzi tutto diciamo che il congresso di quest’anno è il primo evento ufficiale che promuove una stretta collaborazione tra urologi europei e cinesi. I colleghi dell’Estremo Oriente hanno una grande competenza nella chirurgia laparoscopica, in particolare nella via retroperitoneale. Al contrario i chirurghi europei utilizzano già da anni il robot Da Vinci. Avremo quindi modo di confrontare le varie tecniche. Infatti lo stesso intervento sarà eseguito in contemporanea con le diverse tecniche. Si parlerà di innovazione, eccellenza, e sviluppo delle tecniche mini invasive presenti e future. A questo proposito durante il congresso sarà possibile assistere a interventi, presentazioni, tavole rotonde con i più importanti chirurghi del mondo attivi nel campo della laparoscopia e della robotica.

    Quale esperienza porta l’Italia a Pechino?

    L’Italia è una nazione europea all’avanguardia, con circa 60 robot già installati e attivi. I colleghi cinesi, nei centri di eccellenza trattano circa il 90% dei casi con la chirurgia laparoscopica, e i robot in tutta la Cina non arrivano a 20. Lo scopo del Congresso di Pechino è essenzialmente un confronto tra le tecniche europee e quelle utilizzate in Cina. Durante il congresso in appena tre giornate verranno eseguiti ben 24 interventi, ad opera dei migliori chirurghi laparoscopisti europei e americani. Alcuni nomi tra i tanti: Prof. Urs Studer di Berna, Prof. Michael Marberger di Vienna, Prof. Antonio Alcaraz di Barcellona, Prof. Aldo Bocciardi di Milano, Prof. Inderbir Gill di Los Angeles, Prof. Markus Hohenfellner di Heidelberg, Prof. Vipul Patel di Orlando, Prof. Jens Uwe Stolzenburg di Lipsia ed infine anche il sottoscritto.

    Si annunciano ulteriori sviluppi tecnologici nel campo della robotica chirurgica?

    Ad oggi, non è più una pretesa assurda quella del malato oncologico di guarire ma soprattutto di venir curato nella maniera più dolce possibile, evitando interventi debilitanti e fortemente demolitivi. Questo è a mio parere il futuro della robotica in sala operatoria: innovazione e sviluppo per ottenere risultati clinici eccellenti, minor rischio di complicanze e recupero più rapido. Quello che posso affermare con certezza è che la Fondazione Vincenzo Pansadoro è, e resterà, un centro all’avanguardia nella pratica chirurgica e nella didattica, per offrire ai pazienti le tecniche più aggiornate, e ai medici una formazione sempre più qualificata.

    30 Giugno 2017 · · Commenti disabilitati su Neoplasie renali, prevenzione, diagnosi e cura

    Neoplasie renali, prevenzione, diagnosi e cura

    Prof. Pansadoro oggi parliamo del tumore del rene, malattia imprevedibile, spesso asintomatica ma talvolta aggressiva e con crescita molto rapida.

    Il carcinoma renale è il terzo tumore urologico più frequente dopo quello alla prostata e alla vescica e colpisce soprattutto gli uomini oltre i 60 anni d’età. Oggi viene spesso curato in modo definitivo, anche nei casi più difficili, perché scoperto quando è in forma ancora localizzata, mentre forme voluminose, magari già con metastasi, si diagnosticano sempre più raramente.

    Il tumore del rene è molto diffuso?

    Il tumore del rene rappresenta circa il 2 per cento di tutti i tumori e si presenta nel sesso maschile con una frequenza doppia rispetto al sesso femminile. La probabilità di sviluppare questo tumore cresce con l’aumentare dell’età ed il picco massimo di insorgenza è appunto intorno ai 60 anni.

    Chi è a rischio?

    Tra i fattori esogeni, il principale ed il più diffuso fattore di rischio è il fumo di sigaretta: il numero di sigarette fumate ogni giorno e il numero di anni di esposizione sono direttamente proporzionali all’aumento del rischio di questa malattia.
    Un altro fattore di rischio per il tumore del rene è rappresentato dall’esposizione cronica ad alcuni metalli e sostanze particolari (l’asbesto, il cadmio, la fenacetina ed il torotrasto).
    Anche l’obesità, l’ipertensione arteriosa e la dialisi di lunga durata sono fattori di rischio.
    Esistono infine delle forme ereditarie molto rare quali la sindrome di von Hippel-Lindau, trasmessa dal gene VHL.

    Quali sono le diverse tipologie del cancro del rene?

    Quando parliamo delle malattie neoplastiche del rene dobbiamo innanzitutto distinguere tra i tumori del parenchima renale ed i tumori delle vie urinarie, a livello renale.
    Gli Adenocarcinomi rappresentano la forma tumorale più frequente (75% dei casi) e sono tumori del parenchima. Vi sono poi le neoplasie transizionali che originano dall’epitelio di rivestimento delle cavità renali e delle vie urinarie. In questi casi la chirurgia deve essere estesa a tutto l’albero urinario omolaterale perché limitare l’intervento alla nefrectomia significa lasciare nel paziente delle strutture potenzialmente malate.
    Un altro tipo di tumore del rene, più raro, è rappresentato dai sarcomi nelle loro varie forme (liposarcomi, leiomiosarcomi, rabdomiosarcomi, angiosarcomi, fibrosarcomi) che originano da tessuti diversi (dalla capsula oppure dalle strutture che circondano il rene).

    Quali sintomi possono indicare la presenza di questa patologia?

    In fase iniziale questa malattia può non avere alcuna sintomatologia specifica. Comunque il sintomo clinico per eccellenza del tumore renale è l’ematuria (sangue nelle urine). Attualmente data la frequenza con cui vengono eseguiti esami di controllo come l’ecografia renale, più del 60% dei tumori del rene viene diagnosticato in fase precoce, quando è ancora possibile procedere alla asportazione del solo tumore evitando la nefrectomia radicale. Altri sintomi classici di tumore del rene sono una massa palpabile nell’addome ed il dolore localizzato a livello lombare. I sintomi sono contemporaneamente presenti solo nel 10 % dei casi e generalmente sono espressione di una malattia già in fase avanzata. Peraltro, data la precocità della diagnosi, oggi è estremamente raro che un paziente presenti questi sintomi clinici.

    E’ possibile prevenire il tumore del rene?

    Non si può, per la verità, parlare di prevenzione quanto di diagnosi precoce. Allo stato attuale non è possibile prevenire il tumore del rene, se non evitando i fattori di rischio come ad esempio il fumo. L’esecuzione annuale di un’ecografia dell’addome può favorire la diagnosi precoce sia del tumore al rene che di patologie tumorali di altri visceri (fegato, pancreas).

    Il cancro del rene può dare metastasi?

    Sì, sia attraverso i vasi linfatici regionali sia attraverso i vasi sanguigni. E’ interessante sottolineare che alcune neoplasie sono particolarmente aggressive e anche se confinate al rene e di piccole dimensioni, possono dare metastasi ad altri organi. Nella maggioranza dei casi le metastasi si presentano tra il secondo ed il quarto anno dopo l’intervento chirurgico: per questo gli urologi intensificano i controlli proprio in questo periodo ed è molto importante che i pazienti seguano con attenzione i consigli del loro medico di fiducia.

    Parliamo adesso degli esami diagnostici.

    L’esame clinico e la presenza di sangue nelle urine consentono di solito solo diagnosi tardive. Per una diagnosi precoce è fondamentale il supporto dato dalla diagnostica per immagini. L’ecografia è in grado di distinguere tra una massa di natura solida (più preoccupante) ed una cisti (in genere ripiena di liquido), mentre la tomografia computerizzata (TAC) o la Risonanza Magnetica (RM) oltre a distinguere la natura della massa offrono ulteriori informazioni sull’estensione locale della malattia e su eventuali metastasi. La classica Urografia è ormai considerato un esame obsoleto ed è stato sostituito completamente dalla UroTAC o dalla UroRM che ci permettono di visualizzare e di ricostruire perfettamente le vie urinarie. La citologia urinaria è indicata quando vi sia un sospetto di neoplasia delle vie urinarie.

    Le principali indicazioni sono quelle per un intervento chirurgico che salvaguardi la funzionalità dell’organo. È esatto?

    Per minimizzare l’invasività delle terapie anche quando il rene controlaterale (quello non intaccato dal cancro) è sano, si procede con interventi chirurgici detti “nephron-sparing”. Si rimuove solo la zona dell’organo affetta dal tumore con una porzione di tessuto sano circostante per avere un margine di sicurezza. La parte di rene residuo rimane in sede e può svolgere le sue funzioni in modo naturale. La premessa fondamentale è che la neoplasia abbia dimensioni contenute, fino a 4-6 centimetri di diametro, e che sia trattabile chirurgicamente. Cioè che sia visibile sulla superficie dell’organo e non interessi l’ilo renale dove sono presenti i vasi principali del rene Questo approccio, alla base della chirurgia mini-invasiva ‘organ-sparing’, è indicato in tutti i casi di pazienti che hanno un unico rene, anche se il carcinoma è di dimensioni superiori ai 4 centimetri, per evitare la dialisi.

    Tutto questo è possibile grazie ai grandi progressi in laparoscopia e soprattutto nella robotica. Cosa consiglia ai suoi pazienti?

    La chirurgia laparoscopica e robotica mini invasiva ha fatto negli ultimi anni passi da gigante. Gli interventi di Tumorectomia Renale si eseguono oggi in maniera ottimale con la laparoscopia, ma ancora meglio con la chirurgia robotica. Infatti, il Robot “da Vinci” è dotato di una visione in alta definizione (HD) ed a “3D”, preziosa per questa chirurgia che si svolge all’interno del rene, con un ingrandimento fino a 10 volte. I bracci articolati hanno una libertà di movimento completa, il che permette di sezionare il parenchima renale con un margine di sicurezza di 5-10 mm intorno alla neoplasia, ovviamente in relazione alla posizione della neoplasia. Anche nel decorso post-operatorio i vantaggi rispetto alla chirurgia tradizionale sono notevoli: ridottissime perdite ematiche, minor tempo di ospedalizzazione e di ripresa delle normali attività.
    A patto, però, di affidarsi a centri che possano vantare esperienza consolidata in questo campo.

    Per quanto riguarda chemioterapia e radioterapia è corretto dire che le neoplasie renali non rispondono a cure di questo tipo?

    La cura dei tumori avanzati è alquanto problematica, per quanto riguarda il rene. L’adenocarcinoma non risponde, infatti, alla maggior parte degli agenti chemioterapici disponibili, che non hanno potere distruttivo su questa neoplasia. Per questo la chirurgia costituisce la terapia di riferimento anche nei confronti di carcinomi renali in stadio avanzato, con invasione degli organi adiacenti o in progressione metastatica.

    Quindi in caso di insuccesso della chirurgia non vi sono altre terapie disponibili?

    Fortunatamente da qualche anno la ricerca di base e la ricerca clinica hanno individuato delle molecole, conosciute come “terapie a bersaglio molecolare”, che agiscono sui varie recettori e fattori di crescita vascolari che alimentano la crescita del tumore. Infatti senza la neo angiogenesi la malattia non può progredire. Bloccando questi fattori di crescita si riesce a controllare lo sviluppo del tumore e/o delle metastasi. In pratica non si elimina la malattia ma si impedisce che questa avanzi e può anche regredire. In altre parole ci si avvia verso la cronicizzazione della malattia, anche per molto tempo. Infatti la sopravvivenza mediana di questi pazienti, in questa fase di malattia metastatica, si aggira sui 2-3 anni.

    E nel campo dell’Oncologia guadagnare anni può significare moltissimo, dato il continuo sviluppo di questa branca della medicina.